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Passato e presente. Contributo allo studio del leggendario stregonico. Le Valli valdesi

(in BSSV, n. 173 (1993), dicembre, pp. 3-41)

0. Premessa

 

Poco o punto noto su area nazionale e appena più conosciuto in ambito regionale piemontese, il patrimonio narrativo orale del folclore valdese è, in realtà, consistente. Grazie alle cospicue raccolte di Jean Jalla e di Marie Bonnet, cui aggiungerei alcune leggende riferite da Teofilo G. Pons (per non citare che i maggiori contributi), il lettore e lo studioso possono disporre di un corpus di oltre 300 racconti. Ciò che in definitiva non è poco, per un territorio assai limitato e nei secoli fluttuante com'è stato quello costituito dalle valli dette valdesi.

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TRADIZIONI ORALI E GIUDIZIO MORALE. «La ragazza stregata», leggenda valdese

(in BSSV n. 189 (2001), dicembre, pp. 113-118)

 1. La silloge di Marie Bonnet dedicata al leggendario orale valdese[1] contiene, tra gli oltre 180 (comprese le varianti), un racconto proveniente da Prarostino che, nella traduzione di Arturo Genre, di seguito si riporta quasi integralmente:

 Una bella ragazza di Prarostino, di ventidue anni, fu stregata da una vecchia in modo misterioso.

La sua espressione si alterava di giorno in giorno, il suo volto invecchiava, delle scosse nervose si ripetevano e i genitori, angosciati, assistevano in silenzio alla sua rovina.

Dottori, medicine, nulla era servito. (…). Un giorno (…) [la madre] prese il coraggio a due mani; e, sebbene protestante, si recò dal curato per esporgli in confidenza le sventure della figlia.

Il prete assunse un’aria grave, consultò parecchi libri di magia e propose alla fine, previo pagamento di una cospicua somma, di esorcizzare l’ammalata e annullare l’incantesimo. La cerimonia ebbe luogo nel prato vicino alla casa della contadina, alla presenza di parecchi testimoni. La ragazza, immobile, seguì attentamente le parole e i gesti del curato: quando egli pronunciò una certa frase, cadde in un sonno profondo. Al suo risveglio, era guarita dal suo male, ma anche la sua intelligenza era scomparsa: non era ormai altro che una sempliciotta. Dimentica di tutto quello che aveva precedentemente imparato, ritornò, malgrado la sua età, a sedersi sui banchi della scuola elementare, ma senza grande profitto. Visse fino a un’età molto avanzata, distinguendosi per il suo grande umore instabile e la fisionomia sempre imbambolata.


[1]) Marie Bonnet, Tradizioni orali delle Valli Valdesi del Piemonte, a cura di Arturo Genre, Torino, Claudiana, 1994, p. 283.

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LA LEGGENDA VALDESE SU “LA MAL’HEURE”: PROPOSTA DI MODELLO

(in BSSV, n. 182 (1998), giugno, pp. 31-38)

 PREMESSA

La trascrizione del cosiddetto cahier 14 di Jean Jalla, ovvero del manoscritto preparatorio alla pubblicazione della prima edizione della sua silloge sul leggendario valligiano, Légendes des Vallées Vaudoises (Torre Pellice, 1911), mi ha condotto alla parallela trascrizione di quel che si può appellare cahier 15, ossia di una congerie di manoscritti che ha funto, nella quasi totalità dei casi, da base sia per la stesura del cahier 14 e sia per la successiva edizione a stampa del 1911, nonché per quella del 1926[1].

Entrambi i cahiers hanno, a loro volta, indotto lo scrivente a un riesame globale del leggendario locale, lavoro tuttora in corso e nel quale troveranno posto tutti i racconti pubblicati da Jalla, quelli compresi ne Tradizioni orali delle Valli Valdesi del Piemonte di Marie Bonnet, gli abbozzi di racconti contenuti nel manoscritto di Jalla e i lavori facenti parte del cahier 15.

L’esistenza di citati cahiers ha indotto a un più approfondito riesame di tipo comparativo il leggendario locale, lavoro da poco terminato e nel quale hanno trovato posto tutti i racconti pubblicati da Jalla, quelli compresi ne Tradizioni orali delle Valli Valdesi del Piemonte di Marie Bonnet[2], gli abbozzi di racconti contenuti nel manoscritto di Jalla e i componimenti e le lettere facenti parte del cosiddetto cahier 15. Trattasi, in definitiva, di 448 narrazioni, la sintesi delle quali, sotto forma di tabella riassuntiva, troverà posto quale allegato in una monografia dedicata al leggendario epico-retorico non ancora pubblicata[3].


   [1]) Jean JALLA, Légendes et traditions populaires des Vallées Vaudoises, Torre Pellice, 1926. Mentre la trascrizione del cahier 14 sta per essere pubblicato sul “Bollettino della Società di Studi Valdesi”, una parziale trascrizione dei lavori facenti parte del cahier 15 (ovvero componimenti scolastici assegnati da Jalla e talune lettere concernenti leggende varie) troverà posto nel corso del 1998, suddiviso in tre parti, su “La beidana” Sul cahier 14 cfr. ora Fulvio TRIVELLIN, Jean Jalla, folclorista «anomalo», in «BSSV», n. 180 (1997), giugno, pp. 65-114. Sul cahier 15 vedasi id., Le fonti di Jean Jalla, folclorista «anomalo», in «la beidana» n. 31 (1998), febbraio, pp. 53-68; n. 32 (1998), giugno, pp. 36-54; n. 33 (1998), ottobre, pp. 42-59.

   [2]) Per un approfondimento del rapporto fra Marie Bonnet e Jean Jalla cfr. Fulvio TRIVELLIN, Che Dio voglia o non voglia, cit., pp. 27-32.

   [3]) Cfr. Fulvio TRIVELLIN, Che Dio voglia o non voglia. Retorica ed epica nelle leggende della Valli Valdesi, inedito, pp. 215-225.

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LE FONTI DI JEAN JALLA, FOLCLORISTA “ANOMALO” - Parte prima

 di FULVIO TRIVELLIN

(Prima parte, in "Beidana", n. 31 (1998), febbraio, pp. 53-68; Seconda parte: val Germanasca, in "Beidana", n. 32 (1998), giugno, pp. 36-54; Terza parte: val Pellice, in "Beidana", n. 33 (1998), ottobre, pp. 42-59)

  In ricordo di Arturo Genre, studioso di tradizioni popolari orali

  PREMESSA

 Con questo primo intervento, prende avvio la parziale pubblicazione del cosiddetto cahier 15, ovvero del materiale - come dire - “sub-preparatorio” al manoscritto di Jean Jalla, il cahier 14 già pubblicato sul “Bollettino della Società di Studi Valdesi”[1], cui si rinvia per comparazioni e raffronti talora indispensabili.

I componimenti e le lettere che compariranno su queste pagine verranno trascritti com’essi furono redatti; gli interventi (tutti contrassegnati da parentesi quadre) saranno ridotti al minimo indispensabile.

Ogni trascrizione sarà preceduta da una breve premessa onde chiarire spunti, riflessioni e, soprattutto, i riferimenti ai testi (manoscritto e a stampa) di Jalla, il quale ha espressamente lavorato anche su questo materiale, utilizzandolo come fonte di partenza per ulteriori rielaborazioni e integrazioni ed anche omissioni, qualora il tema presentasse spunti non utili alla bisogna.

Le lacune causate da lettura difficoltosa verranno segnalate con opportune note, così come eventuali interpretazioni del testo manoscritto nel caso di incerta interpretazione.

Per quel che riguarda tutto il materiale compreso nel cahier 15, anche quello non pubblicato, la tabella allegata consentirà comunque di rendere perspicue le eventuali relazioni tra fonti e testi a stampa di Jalla.

Circa i criteri di pubblicazione, si è scelta la strada di riunire per aree i racconti. Le aree individuate sono, naturalmente, le due grandi valli del Germanasca e valloni laterali, e del Pellice e valloni laterali. I prossimi due articoli saranno, appunto, dedicati alle due aree, rispettivamente, del Germanasca e del Pellice.


[1]) Cfr. Fulvio TRIVELLIN, Jean Jalla, folclorista “anomalo” in “B.S.S.V.”, n.  (199 ).

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JEAN JALLA, FOLCLORISTA “ANOMALO”

(in BSSV, n. 180 (1997), giugno, pp. 65-114)

 UNA DEDICA

 Questo articolo è stato composto prima della prematura scomparsa di Arturo Genre. Non avevo piena coscienza del dramma che da anni stava vivendo e ancora nel mese di luglio gli proposi di lavorare con lui per una edizione critica di Légendes et traditions populaires des Vallées Vaudoises di Jean Jalla. Volle capire a fondo il senso dell’iniziativa ma non disse di no, come non si tirò mai indietro in altri momenti nei quali ricorsi a lui per trovare conforto a ciò che scrivevo o trascrivevo.

Non so se la succitata iniziativa, senza di lui, andrà mai in porto ma so per certo che ogni lavoro che riuscirò a concludere, per quanto con difficoltà non avendo più Arturo come critico e recensore “bonario”, lo sarà per portare avanti uno dei suoi molteplici interessi nel campo della cultura popolare, come efficacemente attesta l’edizione italiana del corpus di Marie Bonnet.

Arturo Genre c’è nonostante tutto e la sua opera anche: pertanto non ho ritenuto di dover modificare le frasi di ringraziamento e talune note da cui traspare il debito che ho nei suoi confronti.

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«LES GENS SONT PAUVRES, MAIS LES MONTAGNES SONT RICHES». Monete d’oro e tesori custoditi nelle leggende delle Valli Valdesi

(in BSSV, n. 188 (2001), giugno, pp. 67-121)

 

 1. Di racconti valdesi sui tesori nascosti ci si è già occupati in un saggio, per ora inedito, sulla cosiddetta retorica epico-religiosa valdese, in particolare nel capitolo dedicato alle narrazioni sul «desiderio eccessivo» [1].


[1]) Cfr. Fulvio Trivellin, «Che Dio voglia o che non voglia». Retorica, epica e pensiero mitico nelle leggende delle Valli Valdesi, inedito (ma 1999), pp. 101-107.

 

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Leggende BonnetMARIE BONNET, FOLCLORISTA VALDESE "ETERODOSSA"

(in Paolo Sibilla, Edoardo Zanone Poma (a cura di), Culture e Tradizioni in Val di Susa e nell’Arco Alpino Occidentale, Atti del Convegno di Rivoli, 13-14 ottobre 1995, Susa, «Segusium», a. XXXIV (1997), n. 35, pp. 95-108)

I

Intorno al significato del termine "eterodossia" si gioca – a mio giudizio – la parabola di studiosa del folclore orale delle Valli Valdesi di Marie Bonnet. Una "eterodossia" rispetto alla qualità media, in termini di metodologie applicate, risultati conseguiti e successiva utilizzabilità, di analoghe indagini di suoi contemporanei (e anche di altri cultori di tradizioni popolari venuti dopo); e una "eterodossia" rispetto all'atteggiamento e alla forma mentis dell’intellettualità valligiana d’inizio secolo.

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 DALLE CATASTROFI LEGGENDARIE AI CICLI FIABESCHI IN AREA VALDESE. Ipotesi di ricerca e di connessioni tra leggende e fiabe

(in BSSV, n. 183 (1998), dicembre, pp. 45-76)

 

  1. L’articolo di Christian Abry e di Alice Joysten titolato Êtres fantastiques conducteurs de coulées dans les Alpes, apparso nel 1995 su «Le monde alpin et rhodanien», merita una riflessione in merito, soprattutto, all’utilizzo da parte loro di leggende provenienti dalle Valli Valdesi. Inoltre, tale contributo induce a esaminare un insieme più vasto di leggende desunte dalle sillogi di Jean Jalla e di Marie Bonnet, integrate dai riferimenti ai cosiddetti cahier 15 (componimenti scolastici fatti compilare da Jalla, docente al Ginnasio-Liceo di Torre Pellice, fra 1893 e 1909-10) e cahier 14 (il manoscritto di Jalla che costituì la base per l’edizione a stampa, nel 1911, del suo Légendes des Vallées Vaudoises).  

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LA «BELL’ALDA» FRA LEGGENDA E TRADIZIONE

(in "La Valaddo", a. XXXI (2002), fasc. 118, dicembre, n. 4, pp. 16-17; a. XXXII (2003), fasc. 119, marzo, n. 1, p. 21; a. XXXII (2003), settembre, n. 121, p. 20; a. XXXIII (2004), giugno, n. 124, pp. 27-28)

1. In un saggio, finora inedito, dedicato alla cosiddetta retorica epico-religiosa valdese, si sono esaminate talune leggende che si raccordano alla tradizione di quella che si può definire la «Bell’Alda», in altre parole, ad un gruppo di racconti con al centro una figura che per sfuggire al suo persecutore/profanatore si getta da un alto dirupo e che, per miracolo, rimane sospesa in aria e si salva; volendo riprovare una seconda volta si sfracella al suolo miseramente.

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